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OTE: Outdoor Training Experience

Il Dr. Federico Milione, psicologo e psicoterapeuta gestisce il progetto OTE.

"Quello che unisce gli uomini non è la comunanza di vedute ma la consanguineità delle menti". (Marcel Proust)

I nuovi contesti produttivi
Fin dall’inizio dell’era industriale il lavorare all’interno di un’organizzazione produttiva ha comportato effetti sull’identità e sull’autostima delle persone. Una parte importante dell’identità di ciascuno è legata all’attività lavorativa svolta e, più in generale, il sentirsi parte di un gruppo, di un insieme di persone che condividono scopi, metodologie ed una dimensione culturale che è peculiare di quella organizzazione.

In passato un elemento fondante dell’identità professionale era costituito dal ruolo, dalla mansione che, mantenendosi costante nel tempo, concorreva allo strutturarsi di un’immagine di sé coincidente con quelle caratteristiche e quelle abilità tipiche di quel ruolo. Gli esseri umani necessitano, per mantenere il loro equilibrio, di ritrovare, in modalità e in contesti differenti, degli elementi di costanza che possano ancorare la dimensione emotiva a qualche cosa che sia considerato prevedibile.

Attualmente, però, le modificazioni sempre più rapide del mondo produttivo e delle società più in generale stanno determinando cambiamenti irreversibili relativamente alla stabilità dei ruoli lavorativi, con immancabili ricadute sull’identità professionale. Si è, infatti, ormai passati da una modalità occupazionale stabile, capace di creare precise e definite figure professionali, ad una situazione di precarietà e temporaneità che rimanda continuamente all’individuo la determinazione delle proprie capacità e peculiarità professionali.

Le competenze richieste nei contesti lavorativi sono quindi in minor misura, rispetto al passato, di tipo tecnico, privilegiando, invece, gli aspetti relazionali, cooperativi e di problem solving. Conseguentemente acquistano sempre maggiore importanza elementi produttivi immateriali legati alle qualità delle persone. Tutto ciò determina un incremento del legame tra realizzazione individuale e contesto lavorativo, favorendo l’emergere di dinamiche psicologiche che possono essere tanto vantaggiose per l’azienda quanto negative, in presenza ad esempio di meccanismi difensivi dell’Io.

Di fatto, quindi, ad assumere un ruolo determinante non sono più le competenze tecniche o scientifiche, quanto la capacità di adesione del lavoratore alle concezioni e al sistema di valori propri dell’azienda. La personalità, le competenze emotive e relazionali, le doti individuali divengono così sempre più vere e proprie competenze professionali.

Le aziende del nuovo millennio non sono più solamente luoghi di produzione di beni o servizi ma anche luoghi di costruzione dell’identità, di crescita psicologica, di integrazione sociale, di sviluppo di qualità personali. Non è, quindi, ormai immaginabile il contesto aziendale come solo luogo di scambio tra produzione e retribuzione ma piuttosto come ambito di appartenenza sociale e progettuale, con comprensibili contaminazioni di tipo emotivo e psicologico. 

La formazione in gruppo
Siamo abituati, fin dai tempi della scuola, ad un modello formativo che concepisce l’apprendimento di conoscenze in forma individuale ed il gruppo invece come elemento quasi esclusivamente relegato alla funzione ludica e ricreativa. I vecchi modelli utilizzano la cosiddetta “lezione frontale” e individuano nel gruppo un contesto amicale con dinamiche difficili da governare e, quindi, potenzialmente negative rispetto alle necessità del setting formativo.
Se pensiamo che ciò che ha permesso alla specie umana di diffondersi e prevalere sulle altre specie presenti sulla terra è stata proprio la capacità, maggiormente sviluppata, di costituirsi in gruppi e società in grado di perseguire obiettivi comuni, cooperando in modo finalizzato, dovremmo concludere che i modelli formativi del passato si sono, per così dire, concentrati sul topolino trascurando l’elefante.

Il gruppo è da considerarsi il prototipo, la cellula del più grande organismo dell’organizzazione complessa, il punto di snodo tra l’individuo e la società. Lavorare con il gruppo significa permettere ai singoli di sperimentare dinamiche e motivazioni che non possono essere conosciute se non nel loro verificarsi, nella dimensione in fieri dell’interazione e della negoziazione.

L’Action Research e formazione fuori dall’aula
Il concetto di ricerca-intervento, nato intorno agli anni quaranta ad opera dello psicologo tedesco Kurt Lewin, ha determinato cambiamenti epocali nel modo di costruire teorie intorno alla soluzione di problemi. Se la scienza di allora si poneva in una dimensione lineare nella ricerca di nuove conoscenze e, quindi, si preoccupava di avere un modello teorico forte che sostenesse la sperimentazione, l’approccio della ricerca-intervento ha dimostrato come l’azione, svolta in assenza di teorie pregresse, è in grado di svelare realtà altrimenti difficilmente accessibili.
Possiamo immaginare che così come la scienza ha imparato a perseguire una “buona teoria in pratica” utilizzando l’azione stessa come fonte di cambiamento, anche l’individuo possa apprendere efficacemente come accedere alle proprie risorse ed utilizzare le qualità di cui è in possesso facendo esperienza diretta in contesti che lo spingano oltre il confine dell’usuale e del quotidiano.

Ciascuno utilizza proprie “teorie del mondo” che, per ragioni di economia di funzionamento, il cervello elabora autonomamente e che aiutano a ridurre la complessità e ad ottimizzare il funzionamento di ognuno nei vari ambiti di vita. Tuttavia queste teorie non sono adatte a governare l’imprevisto o il cambiamento, per lo meno quando questo è molto rapido. Il risultato è il senso di inadeguatezza, gli atteggiamenti di rabbia o di depressione, che, in fondo, rappresentano ciò che coinvolge oggi molti lavoratori che non riescono ad adattarsi ai mutamenti dei contesti nei quali hanno da sempre operato.

Dobbiamo quindi immaginare che un modello formativo moderno debba, a sua volta, prescindere dalle logiche rigide della lezione in aula ed utilizzare, invece, logiche “non convenzionali” adatte ai mutamenti epocali di cui siamo testimoni.
La moderna formazione dovrebbe evitare una precisa finalizzazione all’apprendimento di strumenti tecnici o scientifici ma orientarsi all’approfondimento delle capacità di interpretazione del proprio ruolo professionale e allo sviluppo di abilità emotive e relazionali. Questa lettura, di tipo olistico, evita una parcellizzazione delle dimensioni dell’individuo in emotive, tecniche, culturali, ecc. Ciò permette di vedere la persona nella sua totalità potenziandone le risorse e valorizzando l’importanza del contesto nel quale l’individuo opera.

L’experential learning si fonda sull’idea di un coinvolgimento di differenti dimensioni della persona durante le esperienze che costituiscono l’apprendimento. Durante la fase formativa viene incentivato un processo che permette l’integrazione diversi aspetti della personalità: le emozioni, la cognizione, il comportamento, il ricordo, gli schemi percettivi. 

La sfida e l’esperienza emozionale correttiva
La sfida, come mezzo per la ricerca di conoscenze, è connaturata con l’essenza dell’uomo e, fin dai tempi più antichi, è stata raccontata e glorificata nel mito. Fra tutti il mito di Ulisse è forse il più emblematico di quella attrazione verso l’ignoto, di quella ineluttabile dimensione del viaggio inteso come violazione del confine, superamento del limite. Sono stati scritti fiumi di inchiostro su questo argomento e alcuni psicoanalisti (Balint) hanno individuato, nella dicotomia tra capacità di rinunciare temporaneamente alle sicurezze e bisogno patologico di oggetti a cui ancorarsi, elementi della personalità sana e di quella patologica.

Certamente nessuno può sottrarsi alla fascinazione delle sicurezze, al tepore tranquillizzante della routine, cose pur necessarie ma alle quali, in base alla nostra stessa natura di esseri umani, si dovrebbe saper rinunciare, almeno in parte, al fine di compiere passi in avanti nella conoscenza di sé.

Nel modello formativo dell’ experential learning il punto centrale è proprio il confronto con queste dimensioni interiori, con l’equilibrio che ciascuno ha stabilito tra sicurezza e sfida, tra paura e desiderio di scoperta.
La sfida impone il confronto con le proprie paure, il saperle riconoscere e gestire, integrarle nella personalità per poterne trarre risorse positive. Inoltre la paura, in quanto derivante dalla percezione di un pericolo, induce naturalmente alla ricerca di soluzioni e alla richiesta di aiuto che, a sua volta, apre la strada a meccanismi di cooperazione e supporto. Il senso del pericolo, quando questo viene correttamente decodificato e non si trasforma in panico, spinge ad entrare in contatto con l’altro in modo diretto, superando formalismi e difese psicologiche, producendo un’esperienza di relazione aggregante e completamente nuova.

La sfida azzera in modo rapido e diretto le innumerevoli e consolidate barriere educative e costringe ad utilizzare modalità relazionali scarne ed essenziali che consentano di giungere rapidamente alla definizione compartecipata di un problema.
Non a caso la condivisione di esperienze adrenaliniche, pericolose o a forte contenuto emotivo costituisce la matrice cameratistica di gruppi molto coesi come i militari, i soccorritori, gli sportivi.

In psicoterapia si utilizza l’espressione “esperienza emozionale correttiva” per indicare l’esperienza emotiva del cambiamento, la presa di coscienza di un vissuto che, da quel momento, non potendo più essere cancellato, segna una svolta nell’esperienza che la persona ha di sé. È sulla base di tale esperienza che si può costruire un nuovo modo di guardare alle difficoltà che la persona viveva come insormontabili e si possono costruire nuove strategie di soluzioni dei problemi.

Allo stesso modo l’esperienza di relazione con l’altro che scaturisce da una sessione di OTE (Outdoor Training Experience) costituisce il punto di partenza, una sorta di pietra miliare per successive e più articolate riflessioni sulla propria capacità di affrontare la paura e di cooperare con gli altri per superare un ostacolo, per vincere una difficoltà. L’esperienza di essere stati uniti e vincenti di fronte ad un elemento avverso resterà indelebile nella memoria ed indurrà le persone ad un nuovo modo di percepire il gruppo.

Naturalmente tutto questo può avvenire solo in un contesto nel quale siano garantite la sicurezza e l’incolumità, da un lato, un’adeguata elaborazione dell’esperienza, dall’altro. Per questo motivo è fondamentale la presenza contemporanea di un adeguato staff tecnico e di formatori esperti nel campo della psicologia. 

OTE: un modello di lavoro
In letteratura si trovano molteplici esempi di come possono essere strutturate le attività di Outdoor Training Experience, tuttavia, qualunque sia la modalità operativa, sono comunque necessarie alcune premesse:

  • La sfida deve essere impegnativa ma condotta in un’atmosfera di cooperazione e supporto.
  • Ogni partecipante deve avere la possibilità di ritirarsi in modo onorevole qualora non riesca più a governare la tensione, senza che per questo vi debbano essere reazioni avverse da parte del gruppo.
  • Tutti devono avere una seconda possibilità.
  • Vi deve essere rispetto per le scelte ma senza che questo induca al rifiuto a priori dell’attività.

(K. Rohnke) 

Usualmente, prima dello svolgimento dell’attività, si provvede alla realizzazione di un briefing nel quale si invita il gruppo a confrontarsi sulle aspettative e sulle singole opinioni circa l’attività in programma. È fondamentale che ciascuno possa esprimere la propria opinione evitando, in questo modo, di iniziare l’attività con troppe, pregresse, riserve mentali. La fase del briefing ha anche una valenza tecnica: verranno illustrati, dallo staff tecnico, le caratteristiche e le norme di sicurezza da applicare durante lo svolgimento dell’attività. In questa fase i partecipanti dovranno sentire di poter svolgere in sicurezza l’attività ma anche divenire consapevoli dell’ impegno da assumersi perché tutto si realizzi nel migliore dei modi.

In caso di eventi di una certa durata le varie prove possono essere intervallate da particolari momenti, detti defusing, nei quali i partecipanti, riuniti in gruppo, avranno modo di scambiarsi le proprie esperienze “a caldo”, sotto la guida del formatore. Si potranno quindi esprimere i propri vissuti rimandando ad un momento successivo la loro elaborazione.

Il debriefing rappresenta, invece, il momento più importante per l’elaborazione e la comprensione dell’esperienza vissuta e può svolgersi al termine della giornata o a anche in un momento successivo. In questa fase il formatore stimolerà il gruppo ad una rielaborazione collettiva delle esperienze, implementando la capacità di ascolto e accoglienza nei confronti di ciascun membro che desideri portare all’attenzione degli altri le proprie difficoltà. È in questa fase che il gruppo viene guidato sulla strada per divenire un team dove l’accoglienza ed il supporto sono la base per la costruzione di efficaci strategie di problem solving.


Dott. Federico Milione
psicologo e psicoterapeuta
specialista in Terapia Breve Strategica

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